Armature antiatomiche

Una naturalezza disarmante. Accade in automatico. Quando ti fermi a pensarci quasi non te ne capaciti che sia successo proprio a te. È un meccanismo di difesa, una rassegnazione. O è forza, non so. Però non mi piace poi così tanto, se lo guardo da vicino.

Lui ferisce e tu non sanguini. Non sanguini più come prima. Non te l’aspettavi ma non batti ciglio. Riesce a non fare male.

– Com’è possibile? 

– È l’armatura che hai messo, non ricordi?

No, non ricordo davvero quando sono diventata così, quando certe cose hanno smesso di ferirmi.

– Dov’è il sangue?  No, non ricordo assolutamente. 

Eppure l’hai fatto sai? Hai imparato a non sentire dolore, a chiudere tutto e a compartimentare. È quel dannato e innato istinto di sopravvivenza, è conservazione della specie, o qualcosa di simile.

– Ma non vedi che il tuo cuore è un colabrodo? Che altro avrei dovuto fare? Ho costruito un muro no!! Non saremmo sopravvissute altrimenti… pffff… bel ringraziamento il tuo!

No, davvero non ricordo quando sono diventata così, ho lasciato semplicemente che alcune cose scivolassero addosso, perché anche il dolore va meritato, ma alcuni no, non possono concedergli un tale lusso.

E allora chiudi, volta pagina.

Tu non sei così, eppure succede, eppure è successo.

Cadrà quel muro, e basterà il tempo di un respiro all’unisono.

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