Armature antiatomiche

Una naturalezza disarmante. Accade in automatico. Quando ti fermi a pensarci quasi non te ne capaciti che sia successo proprio a te. È un meccanismo di difesa, una rassegnazione. O è forza, non so. Però non mi piace poi così tanto, se lo guardo da vicino.

Lui ferisce e tu non sanguini. Non sanguini più come prima. Non te l’aspettavi ma non batti ciglio. Riesce a non fare male.

– Com’è possibile? 

– È l’armatura che hai messo, non ricordi?

No, non ricordo davvero quando sono diventata così, quando certe cose hanno smesso di ferirmi.

– Dov’è il sangue?  No, non ricordo assolutamente. 

Eppure l’hai fatto sai? Hai imparato a non sentire dolore, a chiudere tutto e a compartimentare. È quel dannato e innato istinto di sopravvivenza, è conservazione della specie, o qualcosa di simile.

– Ma non vedi che il tuo cuore è un colabrodo? Che altro avrei dovuto fare? Ho costruito un muro no!! Non saremmo sopravvissute altrimenti… pffff… bel ringraziamento il tuo!

No, davvero non ricordo quando sono diventata così, ho lasciato semplicemente che alcune cose scivolassero addosso, perché anche il dolore va meritato, ma alcuni no, non possono concedergli un tale lusso.

E allora chiudi, volta pagina.

Tu non sei così, eppure succede, eppure è successo.

Cadrà quel muro, e basterà il tempo di un respiro all’unisono.

Ciao Lù.

Pietrificata.

Allora è venuto anche lui.

[- Rimani impassibile, non muovere un muscolo!

– Eh si, e come faccio? La fai facile tu! Ho il cuore che mi  scoppia!]

Ti eri ripromessa che manco ci avresti parlato, perché non se lo merita bla bla. Pareva una cosa semplice a pensarci. Passa dritto, solo “ciao”. Non fermarti!

Lui sorride e boom! In un attimo ti rendi conto che aspettavi quel momento con ogni singola fibra del tuo cuore. La chimica non riesci a controllarla. E non è passato nemmeno un minuto e siete vicini. Le sue mani appoggiate ai tuoi fianchi, e tu come sempre gli sistemi quei capelli scompigliati, mentre con l’altra gli accarezzi il viso. Tutto il resto intorno non esiste più. Parlate piano, complici, con i corpi che vibrano sotto le mani, e i sorrisi.

Forse quel tempo lontani non è passato davvero, forse l’hai solo immaginato il dolore. Forse non è esistito mai. È tutto di nuovo al suo posto in quell’attimo. Allora perché senti gli occhi che si gonfiano di lacrime, il groppo in gola che sale. La senti scivolare fra le mani la felicità, perché con lui è sempre così, perché esiste solo un modo, il suo. Occhei, stai per piangere adesso, deglutisci e cerchi di mandare tutto indietro. E il sorriso si fa rigido, via le mani dal viso, indietreggi e ti allontani piano.

È così tutte le sante volte.

Quando stiamo un po’ assieme? 

[io ci starei tutta la vita] 

– La sai già la risposta. O tutto o niente. Quindi mai. 

– È vero, hai ragione. 

[perché non riesci a farlo. perché non riesci a buttarti fra le braccia mie. Perché deve fare sempre così male ogni santissima volta. Non sono nemmeno più domande, è tutto freddo come una certezza. Sono ancora a pochi passi da te, eppure mi manchi come fosse ancora una volta l’ennesimo addio. E sarà ancora così. Sarebbe tutto così facile.

– Non riesci proprio a rassegnarti zuccona vero? L’ha fatto una volta, lo farà ancora, lo fa sempre! A lui non interessa nulla di te, e sarebbe un inferno! Ma non ricordi com’era?

Si vabbe, ti tappi anche le orecchie per non sentire… è come parlare al vento con te!!

– Già, ne sono consapevole.]

…. occhi bassi…. sorriso a mezza bocca.

Vado via.

Ciao Lù.