Vittimista presuntuosa. Esattamente.

E’ una cosa strana, che in questi giorni ho tenuto per me, per non passare dalla boriosa vittimista, ma è uno stato d’animo in cui mi ritrovo spesso ultimamente, a causa della mia burrascosa (non più esistente, se non si fosse capito) vita sentimentale.
“Dai ti sei lasciata? Davvero? Se ti va ci vediamo e parliamo un po’ che anche io sto a terra”.
E io che in questo momento parlerei col muro e andrei anche ad una dimostrazione di pentole con Mastrota pur di non stare a casa a far prendere fuoco al cervello e a farmi divorare dall’ansia di questa situazione bastarda, considerando poi che il tizio mio amico è anche un figo da paura, senza troppa esitazione accetto.
Bene.

Come stai come non stai, soliti convenevoli, iniziamo a parlare di noi. Provo a raccontargli quello che mi è successo in non troppe parole, per evitare al solito di iniziare a piangere come faccio ogni volta che parlo di lui, racconto l’eterna insoddisfazione, la paura di perderlo che cresce, la consapevolezza che le cose non cambieranno, la tristezza e la decisione di mettere fine alla mia relazione a senso unico, seppur con il cuore distrutto.
Il tutto intervallato da suoi cadenzati “come ti capisco, per me è lo stesso, ma uguale identico a te eh!”

E per questo genio del male, ugualeidenticoate equivale ad essersi invaghito di una sciacquetta (che per carità di Dio, capace è una santa, ma è in senso affettuoso via, per far capire il concetto) di sì e no 20 anni, che un po’ lo cerca, quando ha voglia, ma poi nella sostanza non ne vuole sapere di lui, e preferisce andare a ballare e a fare la stupida con le sue amiche. E lui, che ripeto, è un figo da paura, che quando passa per strada le tipe si girano a guardarlo, che ha trombato talmente tante donne che ne ha perso il conto, ovviamente anche in questo periodo di, a suo dire, infinita tristezza e mestizia. Ecco, lui, si paragona a me.
Ah, la chicca: il tutto è durato due mesi eh. Esatto. Due.
Ora, può essere tutto eh, può essere sia così, può essere che lei fosse l’amore della sua vita, che abbia perso completamente la testa e che non riesca a ritrovarla, che gli abbia tolto fame sonno e non capisca più niente davvero, anche se a me è sembrato quello di sempre, o sarà forse che il figo non è affatto abituato a sentirsi dire di no, abituato com’è ad avere tutte le donne ai suoi piedi.
Fatto sta che, in qualsiasi modo sia, mi sta tremendamente sul cazzo che lui si paragoni a me.

Non può farlo.

Perché io un dolore così non l’ho provato davvero mai, un dolore così che brucia, e ti annulla completamente, che azzera i tuoi pregi e amplifica i tuoi difetti. E non so come spiegarlo, ma è un dolore sacro. E vorrei dirgli che no, non capisce, che non può capire, che non è affatto la stessa cosa che prova lui. Vorrei urlarlo, a costo di sembrare una stupida presuntuosa, quella che vuole soffrire più di tutti. “Guardatemi, nessuno soffre più di me!”,  ma non è così. E’ che io ne sono certa che ciò che sento non si può’ capire dall’esterno, quello che si prova quando si mette letteralmente e fisicamente il proprio cuore in mano a qualcuno per un sacco di tempo, permettendogli di farci ciò che vuole, aspettando che le cose cambino, che lui cambi, coltivando un amore che non è mai nato, un sentimento a senso unico, e le altre cose che sapete, e tutte le altre che invece so solo io perché è impossibile per me parlarne, perché mi fanno paura, e spero passino presto, e spero insieme non passino mai, perché in realtà lo so che sto ancora aspettando che lui torni da me.

Ecco perché tutto questo mi spaventa così. Ecco perché no, non è uguale. Ecco perché tu non può capire. Ecco perché non puoi capirlo né tu, né nessun altro.