Banale, come l’amore

Come lo spiego al mio cuore che non mi vuoi più, alle mie braccia che non possono stringerti, al mio cervello che non deve pensarti, alle mie mani che non possono toccarti, alla mia bocca che non potrà più baciarti. Come faccio a non desiderarti più, quando ti vedo e ti sento in ogni singolo attimo della mia giornata, in ogni cosa che vivo, in ogni profumo che respiro. Sei dentro di me come non avrei mai creduto. Lo so, è colpa mia, ma non so come fare. Continuo incessantemente a volerti, come non ti ho avuto mai.

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Bugie supplicanti 

Mentire.
Mentire sul serio, mentire di brutto, mentire come se fosse l’unica strada perseguibile.
La mia amica che ormai si puppa non so più da quanto tutte le mie fisime dice che è perché sono una gemelli di merda. E’ colpa del segno zodiacale dice, e di questa doppia personalità.
Sono uno schifo. Se qualcun’altro dicesse a me le bugie che dico io l’ammazzerei. Letteralmente.
Sto perdendo di credibilità ma non riesco a fare altrimenti.
Ma come cazzo sono diventata?
Un piede in due scarpe, quando so benissimo che nessuna delle due mi va bene, una troppo grande e una troppo piccola, scomode tutte e due. Ma le voglio così tanto.
In un anno mi ha trasformato in una frustrata che pensa di non meritare la felicità, che pensa che la felicità sia accontentarsi di quello che mi da lui, delle sue briciole, perché lui deve cambiare, deve cambiare per me, e dobbiamo vivere felici.
E’ assurdo guardarsi da fuori e rendersi conto di tutto ciò, realizzare quanto tutto questo sia una semplice a vana utopia. Lui non cambierà mai. Mai. E di certo non per me.

E allora arriva l’altro con la chitarra, che scrive le canzoni insieme a me, e mi riempie il cuore ma come facciamo, c’è il cretino che non cambierà mai. E lui soffre, così non possiamo stare. Succede un macello. Doppia vita semi confessata. Non può durare. Chiudo tutto, mi accontento del cretino che mette me nel calderone della sua vita, mentre io povera gemelli di merda elemosino il suo amore inesistente. Ho perfino pensato che forse lui non è in grado d’amare. E’ impossibile da spiegare la sofferenza che provo quando lo guardo con occhi supplicanti, e nei suoi vedo il niente.
Perchè mi riduco così?
E allora chiudo tutto, ero a letto con un’altra, io che impazzisco, non so se è l’orgoglio o il bisogno di sentirmi amata, almeno per un po’, anche se è un’enorme bugia. E allora quando mi dici che tanto non è cambiato nulla ecco che scatta la menzogna, perché tanto non ho nulla da perdere.
Io non sto vedendo più nessuno.
Come cazzo ha fatto ad uscire dalla mia bocca io proprio non lo so, ma l’ho detto. Ti spiazzo. Non sai che dire, ti serve tempo. Serve anche a me, indecisa se far volare sti giorni o non farli passare mai. E adesso la palla è in mano a te, mentre io mi struggo fra attesa e pentimento, tra paura e voglia d’amare, e di essere amata, in un modo o nell’altro.

Giorno 7 senza di te. Per sempre o mai più 

Sveglia che è quasi ora di pranzo con una botta in testa e un colpo forte al cuore. Sento graffiare. Non ho il ricordo vivo della festa, delle risate e dell’allegria con gli amici. Ho solo in mente quello che è accaduto qualche ora prima.

Non ci riuscivo, sapevo che non ci sarei riuscita, mi conosco troppo bene. E allora ho girato a caso con la macchina, ho pensato e trovato un pretesto per venire da te, ancora una volta. Dio ma starà dormendo? Avrà fatto tardi sicuramente. Dai ma a quest’ora in genere è sveglio. E poi deve finire di registrare. Arrivo sotto casa col cuore che fatte fortissimo. La macchina c’è. Come tutti i sabati c’è la donna delle pulizie. Quante volte sono andata diretta al portone senza nemmeno suonare, ma oggi no, non me la sento. Suono il campanello. Uno due tre quattro cinque sei sette otto nove dieci…trenta. Non risponde. Dorme ancora. Cazzo. 

Digita: ero passata per lasciarti una cosa, forse stai ancora dormendo, non importa.

Guardo quelle polaroid e non vedo l’ora tu mi dica di ripassare, tu mi risponda. Non vedo l’ora di sentirti e di vederti ancora.

Una due tre ore

Digita: Ti chiamo dopo tennis ok? 

ok.

Torno di corsa a casa trafelata con l’autobus, ho comprato le ultime cose, fra poco arrivano i ragazzi per la cena. Squilla il telefono. Parliamo come sempre, come se non fosse successo niente, come se il tempo separati non fosse esistito. Mi sento le guance arrossire solo perché stiamo parlando, siamo ancora insieme.

Ho suonato anche il campanello stamattina ma non ho insistito perché non volevo svegliarti.

A dire il vero non ti ho aperto perché ero con una persona. 

Uno due tre quattro cinque sei sette. Silenzio. Penso mi si stia fermando il cuore. Sento le lacrime che salgono, tremo. Devo scendere da questo cazzo di autobus. 

Mi trovo in mezzo alla strada che piango, con te dall’altra parte del telefono che continui “aiutami ad articolare”. “Che cazzo ti devo dire?”

Penso di aver provato per la prima volta una crisi di panico. Non riuscivo più a parlare, singhiozzi forti e basta, e tu che continuavi “ti prego non fare così”. 

E ci troviamo a piangere tutti e due al telefono. Io non sono nessuno, non posso dirti niente. Io che butto giù perché non riesco a parlare, riesco solo a piangere e a pensare che lo sapevo che ti avrei perso, lo sapevo che questo tira e molla sarebbe stato deleterio. Io non voglio parlare al telefono con te. E sono arrabbiata non so se piu con te o con me e tu che continui a chiamarmi, ti prego rispondi, e ancora lacrime, per favore smettila di piangere e ascoltami. E io non mi sento un cazzo di nessuno per poterti dire quanto ti odio, e ho la rabbia e l’orgoglio e la paura che sia tutto finito davvero ancora prima di cominciare. Perché me lo hai detto? Io non volevo saperlo, lo sai che non volevo saperlo. Tu dici che io ho lui, che anche tu sei stato male quando sono partita con lui. (Questa ha dormito nel tuo letto, al mio posto.) Io non ci riesco a stare insieme a te, ho troppa paura. E ormai è tutto perduto. 

Perché mi urli in faccia? Perché sono arrabbiata con te, e con me. 

Perché tu, perché io. Non ha senso recriminare. Arriva lei e mi trova in lacrime. Per fortuna è lei la prima.

“Devo andare, stanno arrivando i ragazzi”.  “Lo vedi ancora? Dimmi se ti vedi ancora con lui.” “Devo andare”.

E adesso io proprio non lo so. Siedo qui, con queste vertigini e gli occhi gonfi, e aspetto solo che suoni questo telefono, che sia tu a fare un passo, verso il per sempre o il mai più.